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Vizi e bisogni, alto contatto e autonomia

come trovare un equilibrio - chiedilo alla pedagogista

Esistono davvero i vizi e le cattive abitudini nel neonato?

Il dilemma esiste da sempre: lo prendo subito in braccio o lo lascio piangere qualche minuto prima di correre a consolarlo? Lo faccio dormire nel lettone con noi o devo abituarlo sin da piccolissimo ad addormentarsi nella sua culla? Lo sto davvero viziando come mi ripetono tutti o è giusto essere una madre "ad alto contatto"?

Di questo e di molto altro abbiamo chiesto a una pedagogista, la Dott.ssa Anna Montanaro.

Il pianto del neonato: come interpretarlo

Qualsiasi neomamma si sente dire la fatidica frase "non tenerlo troppo in braccio, ché sennò si vizia". Quanto c'è di vero in questa raccomandazione? Esistono davvero i vizi e le cattive abitudini nei neonati? 

Sì, esistono soprattutto le cattive abitudini che spesso sono una conseguenza di un'esigenza genitoriale piuttosto che di una reale esigenza del bambino. I neonati acquisiscono piuttosto in fretta le abitudini; sperimentano le risposte dei genitori al loro pianto e vi si adeguano di conseguenza. La difficoltà inziale dei genitori è quella di imparare ad interpretare le richieste del bambino e quindi a distinguere i diversi tipi di pianto (fame, sonno, dolore, voglia di coccole). Prendere in braccio un neonato è fondamentale, risponde soprattutto alla sua esigenza di attaccamento, di accudimento. Farlo sempre, ogni volta che piange, e soprattutto "appena" piange, significa non rispondere in maniera adeguata. Occorre un tempo necessario per cercare di distinguere il tipo di pianto e dare al bambino ciò di cui ha bisogno. L'attaccamento continuo al corpo dell'adulto non permette comunque al bambino di percepire se stesso come un'entità separata e distinta da quella del genitore. Il giusto equilibrio e la giusta individuazione del bisogno consente al bambino di sviluppare la corretta autonomia.

La fase più delicata che coinvolge il genitore è quella, come evidenziato sopra, di interpretare i bisogni del bambino ed agire di conseguenza. I neonati necessitano di un contatto fisico che non necessariamente deve essere costante e continuo. La cosa importante è saper distinguere l'esigenza del genitore da quella del bambino e gestire il pianto come l'unico modo che ha il bambino per comunicare, quindi, come tale, da non fermare o bloccare.

Come stimolare l'autonomia del bambino

Quando parliamo di "autonomia" in senso proprio dobbiamo andare oltre il primo anno di vita del bambino, quando l'interazione con il genitore assume caratteristiche di individuazione differenti, meno legate ai bisogni primari. Maria Montessori sosteneva che aiutare un bambino a fare da solo fosse il miglior modo di renderlo autonomo, incrementando la necessaria autostima. Ogni piccola cosa che il bambino è in grado di fare da solo è sinonimo di crescita. In questo senso il genitore deve essere in grado di non sostituirsi al figlio. A un anno il bambino è in grado di tenere un cucchiaino ed anche se ha qualche difficoltà a  portarsi il cibo alla bocca, occorre incentivare l'esperienza di farlo affinché possa imparare. Imboccare un bambino ad oltranza non lo rende autonomo e questo vale per tutte le attività di "vita pratica" che il bambino è in grado, piano piano, di mettere in atto: vestirsi, svestirsi, mangiare e bere da solo, apparecchiare, sparecchiare. Tutto ovviamente deve essere calibrato all'età del bambino e alla sua possibilità effettiva di portare a termine certi compiti ma le competenze del bambino, se ben stimolate, si sviluppano precocemente e ben presto egli impara che le proprie azioni incidono sulla realtà che lo circonda. 

Contatto fisico (molto) forte?

Contatto fisico molto forte sì o no?

Se nel primo anno di vita, il bambino sperimenta una madre "responsiva", attenta ai bisogni primari del bambino, alla sua esigenza di coccole, alla necessità di accudimento, sarà sicuramente in grado di sviluppare un attaccamento di tipo "sicuro" e quindi sarà in grado in futuro di fare le proprie esperienze in maniera autonoma sapendo di avere alle sue spalle un porto altrettanto sicuro. Tutto questo però non è necessariamente legato ad un contatto fisico "molto forte". 

Il co-sleeping

Il contatto fisico molto forte, ad esempio nel co-sleeping, a volte sembra motivato più da un'esigenza del genitore che non da un bisogno effettivo del bambino. Quanto "l'egoismo" del genitore può incidere sullo sviluppo dell'autonomia del bambino?

Personalmente ho sempre pensato che il co-sleeping sia davvero una scelta motivata più dalle esigenze del genitore che non del bambino. Pur riconoscendo che nei primi mesi di vita la stanchezza, la mancanza di sonno e i ritmi modificati spesso incidono su una scelta di questo genere, continuo a credere che questa abitudine non agevoli in alcun modo lo sviluppo dell'autonomia dei bambini. Per esperienza professionale posso dire che questo tipo di scelta spesso si protrae a lungo, troppo a lungo, e non di rado i bambini continuano a dormire nel letto dei genitori per molti anni perché poi, più si va avanti con il tempo, più diventa difficile strutturare abitudini diverse. Ogni bambino deve avere uno spazio proprio dove dormire, distinto da quello dei genitori, sin da subito. Ed anche se esistono in commercio lettini che sono affiancabili al letto dei genitori, è davvero raro che i piccoli rimangano nello spazio a loro dedicato. L'"intrufolarsi" nel letto di papà e mamma diventa così un gioco divertente e gradito che è possibile invece gestire in momenti di "trasgressione" la domenica mattina. In questo senso mi preme anche sottolineare l'importanza di salvaguardare l'intimità e il benessere della coppia genitoriale, cosa che influisce sempre positivamente sui bambini.

L'asilo nido: un'importante opportunità per il bambino

Il momento dell'ingresso al Nido è spesso vissuto in modo ambivalente dalla madre. Come può il Nido, invece, essere un'esperienza non solo utile ma anche fondamentale per lo sviluppo del bambino?

L'ingresso del bambino al Nido si configura spesso come la prima separazione importante tra madre e figlio, anche quando alla base di questa scelta prevale il desiderio di offrire al bambino un'esperienza educativa importante e non solo un'esigenza legata alla situazione lavorativa e/o familiare dei genitori. Credo che sapere di poter donare al proprio figlio la possibilità di entrare in relazione con altri bambini e con altri adulti di riferimento sia un'opportunità da prendere sempre in considerazione. Al Nido i bambini imparano ad essere parte di un mondo, di una comunità e questo li aiuta ad andare oltre rispetto all'egocentrismo che, fisiologicamente, li caratterizza. Il Nido è un luogo di cura e di accudimento ma soprattutto di educazione e crescita, dove si imparano le regole, dove si condivide, ed è un luogo di incontro importante anche per i genitori, che hanno modo di essere accolti in un contesto che spesso offre momenti di confronto con esperti in vari campi, nell'ottica di un sostegno alla genitorialità sempre costante.

Il ruolo del papà

Che ruolo ha il padre nelle diverse fasi di sviluppo del bambino?

Nel primo anno di vita del bambino la figura paterna risulta fondamentale per il sostegno che è necessario, doveroso e importante fornire alla madre. Non di rado gli uomini si sentono esclusi dalla diade madre-bambino perché i bisogni primari di quest'ultimo sono prioritari e, naturalmente, "catturano" l'attenzione totale della mamma. Nei colloqui che faccio coi genitori cerco sempre di far comprendere ai padri quanto sia importante sostenere la madre in un momento di cambiamento importante per lei, un cambiamento fisico e psicologico che spesso spaventa e rende fragili. La pazienza, le coccole, la protezione che un uomo può mettere in atto sono fondamentali per rassicurare una donna che ha appena partorito e che deve necessariamente dedicarsi ad una creatura con tanti bisogni. Allo stesso modo però suggerisco alle mamme di provare a trovare un momento per i compagni affinché non si sentano trascurati e la famiglia tutta interagire in maniera serena. Dal secondo anno di vita la figura paterna, che rappresenta in particolare l'autorevolezza, assume invece un'importanza diversa, soprattutto per quanto riguarda la trasmissione delle regole e lo sviluppo dell'autonomia. Mi piace comunque sottolineare che, pur nel rispetto dei ruoli e di queste prime fasi dello sviluppo del bambino, è importante che i genitori sappiano agire in maniera sinergica, condividendo i principi fondamentali dell'educazione, e sappiano altresì interscambiarsi laddove necessario.

Spazi di libertà per la mamma

Separarsi dal proprio bambino è sempre difficile, ma comunque necessario. Riconoscere che un figlio è un'entità distinta e diversa da se stessi è una forma di rispetto importante nei confronti di chi mettiamo al mondo. Questo consente ad un bambino di sapere trovare se stesso, la propria identità e la propria autonomia. C'è però un altro aspetto che io considero fondamentale e che condivido spesso con le mamme, ovvero la necessità di non perdere mai di vista se stesse. Una madre, per poter essere tale e soprattutto per poter vivere serenamente la propria maternità, deve, e sottolineo deve, essere, in primis, una donna serena. Annullarsi in un figlio comporta la reale possibilità di entrare in depressione e di non riuscire più a trovare spazi personali assolutamente necessari e fondamentali. Non mi piace vedere madri distrutte dal senso di colpa per aver passato due ore dal parrucchiere, per essere andate a fare una passeggiata o una ceretta dall'estetista. Allo stesso modo non vedo perché le uniche possibilità di uscita in solitaria di una madre debbano essere legate a impegni lavorativi o casalinghi come il recarsi in ufficio o andare a fare la spesa. Ogni donna ha il diritto-dovere di pensare a se stessa anche se madre e spero davvero che i condizionamenti culturali che ancora, spesso, ci costringono a pensare che una donna debba annullarsi nel suo ruolo di madre, piano piano lascino il posto ad una visione della donna come un essere che può trovare nella maternità una grande opportunità di donare la vita a qualcuno senza dimenticare la propria.


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