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Primo giorno di asilo nido

Emozioni a caldo

Ieri mia figlia è rimasta per la prima volta da sola all'asilo nido, un'ora senza di me, come previsto dallo schema di inserimento.

Le ho sfilato il giacchettino di jeans, le ho dato il bacio sul collo con la pernacchia che la fa tanto ridere, poi l'ho passata nelle braccia della tata Anna. Lei non ha mosso ciglio, non ha né riso né pianto: mi ha guardato impassibile mentre mi avvicinavo alla porta, come se si rendesse conto dell'inevitabilità della situazione. "Resto qui da sola, è bene che me ne faccia una ragione", sembrava che dicessero quei suoi grandi occhi nocciola.

Io sono andata a bere un caffè nel bar lì vicino e mi è sembrato che quell'ora non passasse mai. Ferme: le lancette dell'orologio si erano fermate.

 

Me lo avevano detto che sarebbe stato più difficile per me che per lei. Mi avevano messo in guardia. "Si tratta del primo vero distacco, dovrai abituarti gradualmente, proprio come lei".

Avevano ragione. Per sedici mesi siamo state inseparabili - nove mesi nella pancia, sette mesi tra le mie braccia - e adesso è come se dovessi imparare di nuovo a rimanere da sola, ad avere i miei spazi, a muovermi senza di lei, a stare in silenzio, a godere della solitudine ritrovata. Come se tutte queste cose me le fossi dimenticate: facevano parte di una vita precedente, di un'esistenza in cui Greta non c'era. Perché da quando c'è lei, il silenzio e la solitudine sono spariti, come trasportati via da una folata di vento caldo quanto i suoi abbracci. Si tratta di riagguantarli e di indossarli di nuovo, adattandoli alle mie nuove esigenze, alle mie nuove emozioni.

Ci vorrà del tempo per abituarsi a questa nuova situazione? Credo di sì.

A lei, ma soprattutto a me.

 

Ma è giusto quello che sto facendo?, mi chiedo a momenti. Guardo mia figlia mentre gioca silenziosa e la vedo così fragile e indifesa che mi sembra di compiere un torto immane a lasciarla senza di me, anche se solo per un'ora.

Mi hanno detto che, la sua, è  l'età migliore per vivere il distacco dalla mamma, perché essendo ancora così piccola percepisce meno quella sensazione di abbandono che, al contrario, sperimentano spesso con disperazione i bambini più grandi, più consapevoli del mondo che li circonda.

Spero abbiano ragione, spero non si senta abbandonata, né messa da parte. E poi mi ripeto che, molto probabilmente, io continuerò a vederla fragile e indifesa anche tra due mesi, o compiuto un anno di età, o al momento di andare alla scuola materna. Forse anche a diciotto anni, quando vorrà uscire di sera con la macchina da sola, continuerò a vederla fragile e indifesa. Non è una questione legata alla sua età; è una questione legata al mio sentire di mamma.

 

La verità è che la maternità ti cambia nel profondo, più di quanto tu possa immaginare, più di quanto tu possa prepararti. I mutamenti del corpo sono niente rispetto ai cambiamenti che avvengono a livello mentale ed emotivo. La maternità ti scolpisce dentro dei sentimenti di cui non ti credevi capace, delle emozioni che riesci a stento a controllare, perché a prevalere è l'istinto, qualcosa che non si spiega, non si impara, non si studia su nessun libro di pedagogia.

Parlo di un senso di responsabilità assoluta che fai fatica a delegare a altri, di una nostalgia profonda che ti prende ogni volta che pensi a ogni giorno passato e che non tornerà più (leggi anche Imparare a lasciare andare), di una tenerezza struggente che ti riempie gli occhi quando guardi il tuo bambino: sono sentimenti che prima non c'erano e che sono nati insieme a lui, tuo figlio, e a te, sua mamma.

 

Eppure mai e poi mai mi sarei mai immaginata di sentirmi così: io, figlia di una mamma chioccia e possessiva, mi sono sempre ripromessa di non ripetere con mia figlia gli schemi della mia infanzia.

E infatti non voglio farlo. Ma che fatica, a volte...

Ho sempre pensato all'asilo nido come un'opportunià di crescita, di apprendimento, di socializzazione; una palestra per l'autonomia, la creatività, l'autostima.

E, soprattutto, ho sempre pensato di voler insegnare a mia figlia a essere una donna realizzata, completa, indipendente; a seguire con tenacia e ostinazione le proprie aspirazioni, le proprie passioni, i propri sogni, nonostante tutti i nonostante di cui la nostra società vorrà convincerla in quanto donna. E l'unico strumento che ho per insegnarle a vivere con passione ed entusiasmo è l'esempio, il mio esempio. Io, che mi sento molto altro dall'essere "solamente" una madre.

 

Ci credevo in tutte queste cose e ancora ci credo, sono convinzioni radicate nel profondo della mia persona, alimentate dall'esperienza e dagli errori del passato, commessi e subiti.

Semplicemente, metterle in pratica è più difficile di quanto pensassi.

Quando si scontrano con le mani morbide di mia figlia che mi accarezzano come a dirmi "non lasciarmi, mamma", le convinzioni si sciolgono come neve al sole e io rimango ammutolita, schiacciata dai dubbi e dai sensi di colpa.

 

Già, i sensi di colpa.

Compagni onnipresenti di noi mamme, nemici travestiti da consiglieri fidati.

Non devo lasciarli prevalere, non devo lasciarli vincere. Ecco un'altra cosa che voglio insegnare a mia figlia: a non lasciarsi sopraffare dai sensi di colpa, soprattutto se instillati dagli altri, dalle convenzioni sociali.

A non ascoltarli, quando ti sussurranno nell'orecchio che sei una cattiva mamma.

 

Quando sono andata a riprendere mia figlia al nido, la tata mi ha detto che non ha mai pianto. Ha giocato silenziosa, si è concessa in qualche risata, ha osservato con curiosità gli altri bambini.

Devo darle fiducia, credere nelle sue risorse. E pure nelle mie.

E domani è un altro giorno, un giorno in più per abituarsi al distacco.

 

 


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Commenti: 1
  • #1

    Anna (venerdì, 04 ottobre 2019 10:30)

    Dalle fiducia. E dalla anche a te stessa. Andrà tutto bene...e quello in cui credi diventerà realtà. �

 

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