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6 cose che ho imparato da quando sono mamma

(e quante ancora ne ho da imparare...)

Ho imparato molto da quando sono diventata mamma, e non solo a cambiare un pannolino, ad aspirare il moccio dal naso o a preparare pappe e pappine varie, io che sono sempre stata una frana ai fornelli.

 

Ho imparato che è molto facile fare il genitore quando ancora non sei genitore e che è molto più facile parlare al futuro semplice che non all'indicativo presente, perché il futuro puoi infarcirlo a tuo piacimento di buone intenzioni e di buone maniere, mentre il presente, di solito, è carico di stanchezza e di domande che non trovano una risposta.

Quante è facile affermare a priori «io non lo farò mai dormire nel lettone con noi, così non prenderà il vizio», oppure «io lo lascerò piangere nel passeggino, così imparerà a stare al suo posto»; quanto è comodo pensare che tuo figlio non dirà mai una parolaccia, non farà mai una bizza, non sarà mai un mammone sdolcinato perché tu lo educherai bene: pensando al futuro è tanto facile attribuirsi meriti quanto sgomberare il campo da eventuali imprevisti. Si chiama ottimismo, in certi casi illusione.

Perché se poi tuo figlio si sveglia sei, sette volte ogni notte per puppare, forse nel lettone con voi finisce che ce lo metti; e se fa una bizza ogni tanto, non è detto che sia maleducato o viziato: forse è solo un bambino che non conosce altro modo per comunicare un suo bisogno.

Adesso, quando vedo per strada genitori che spingono un passeggino vuoto e tengono in braccio il loro bambino, non li guardo più con quell'aria di disapprovazione che traspariva dal mio viso fino a poco tempo fa, quando ancora non avevo esperienza di pianti disperati e passeggini rifiutati; adesso li guardo con solidarietà e tenerezza, perché i bambini, in fin dei conti, sono tutti uguali: ridono, poi piangono. Ma poi ridono di nuovo, soprattutto se presi in braccio.

 

Ho imparato che non esistono figli perfetti, né genitori perfetti; ma, soprattutto, non esistono giorni perfetti.

Giorni in cui tuo figlio si sveglia sorridente, gioca da solo sul tuo tappeto senza mai annoiarsi, mangia tutto il semolino, si addormenta serenamente, dorme due ore filate, poi fa merenda sul seggiolone addirittura senza sporcarsi, si rimette a giocare beato, mangia tutta la sogliola che hai pagato a peso d'oro e alle nove é già sotto le coperte.

Giorni così non esistono.

Giorni iniziati nel peggiore dei modi si sono poi rischiarati a metà pomeriggio, così come giorni apparentemente perfetti fino a una cert'ora sono precipitati improvvisamente in un epilogo da incubo, con mia figlia che piangeva disperata per ore prima di lasciarsi andare al sonno. E, così, ho smesso di guardare ai giorni come blocchi monolitici. Preferisco pensare: "fino a ora è andata bene, vediamo di qui in avanti".

Perché quando hai un figlio, le giornate diventano bipolari: dall'euforia incontrollata alla disperazione depressiva.

E il cambiamento può avvenire nel giro di un'ora, addirittura di una manciata di minuti.

Se é vero che la vita è come una scatola di cioccolatini, quando hai un figlio non sai davvero che gusto ti toccherà oggi.

 

Ho imparato che i figli degli altri sono sempre più buoni, più svegli, più ubbidienti del tuo.

Ma non è vero. Il problema è che tu guardi tuo figlio sotto una lente di ingrandimento che ti porta ad amplificare i risvolti negativi dei suoi comportamenti, mentre i figli degli altri li osservi da dietro un vetro appannato che ti spinge a notare soltanto i contorni, tralasciando i dettagli e le imperfezioni.

Sin da quando è nata, mia figlia fa fatica ad abbandonarsi al sonno; per mesi ho provato a insegnarle ad addormentarsi da sola, spronata a farlo da una cara amica che era riuscita nell'intento con la propria bambina. «Insisti, fai così, vedrai che ce la fai. Mia figlia ci è riuscita, perché la tua non dovrebbe farcela?»

Ma mia figlia, sette mesi compiuti, ancora non ha imparato. E io, a un certo punto, ho mollato la presa.

E, soprattutto, ho smesso di fare paragoni tra lei e la sua amichetta, perché i confronti creano soltanto frustrazione e la frustrazione offusca la mente, deformando la realtà.

Mia figlia non è meno brava o meno autonoma perché non è capace di addormentarsi da sola. Forse è più sensibile alla paura dell'abbandono e ha bisogno di più tempo per abituarsi alla solitudine del sonno. Ho imparato, insomma, a preferire i comparativi di maggioranza a quelli di minoranza.

 

Ho imparato che i bambini crescono attraversando varie fasi e che non devo lasciarmi sopraffare dal timore che una fase difficile duri in eterno. Le fasi finiscono, a volte prima, a volte poi. Ma finiscono.

C'è chi sostiene che per radicare o estirpare un'abitudine ci vogliano tre giorni, e c'è chi sostiene, invece, che basta anche una sola volta perché un comportamento si trasformi in un vizio.

Io non ho ancora capito bene dove si collochi la verità, se poi la Verità con la V maiuscola esiste davvero.

Quello che so, è che a cinque mesi mia figlia urlava sul seggiolone neanche fosse stata seduta sui carboni ardenti, mentre adesso posso lasciarcela anche per un'ora intera, a osservare il mondo di casa dall'alto; e che i primi tempi dopo la nascita, si addormentava solo in braccio, cullata per ore, rimanendo senza fiato per il pianto disperato, mentre adesso alle dieci di sera dorme come un sasso, incurante delle luci accese e dei rumori di sottofondo.

Ci sono state fasi difficili che sembravano destinate a durare in eterno, perché ogni emozione negativa, mentre la si vive, sembra infinita. Ma non è così, niente dura per sempre.

I bambini crescono, cambiano gusti, esigenze e abitudini. E i genitori imparano a conoscerli in itinere, in una scoperta continua per cui, quando ti sembra di essere arrivato alla meta, già intravedi da lontano la meta successiva.

 

Ho imparato a dare alle parole il giusto valore, a inserirle all'interno del contesto più che a usarle per giudicare di primo acchito.

«Che bimba mammona», riferito a una bambina di uno, due, mesi, mi suona adesso come un paradosso. Come deve essere una neonata che sta ogni giorno con sua madre e che conosce solo lei, del mondo là fuori? Che conosce il suo profumo, il suono della sua voce, la morbidezza della sua pelle quando è attaccata al seno? Forse non è mammona, forse è semplicemente legata a sua madre da qualcosa che gli occhi estranei non possono vedere, ma che esiste, eccome se esiste.

«È una bimba buona?» è un'altra domanda da manuale.

Come se i bambini potessero essere cattivi.

O come se piangere spesso, o dormire poco, o mangiare controvoglia fossero indice di cattiveria.

Spero che mia figlia, in futuro, aiuti un compagno di classe in difficoltà; o accompagni i nonni anziani a fare la spesa; o non rimanga imperturbabile di fronte a certe tragedie del mondo. In quel momento potrò dire che è buona - buona d'animo, intendo.

Non ora, se sputa ogni tanto la minestrina o vuole attenzioni continue.

 

Ho imparato, infine, a non avere fretta, a dare tempo al tempo e a tutti noi.

A dare a mia figlia il tempo di non aver paura del sonno, di imparare a rotolare e ad alzare la testa se sdraiata supina, di ambientarsi al nido, di apprezzare nuove consistenze solide in bocca:  senza la pressione di dover fare tutto e subito, prima degli altri, al passo con le tabelle di marcia di presunti esperti sul web.

A dare a me stessa il tempo di capire il suo linguaggio, di aggiustare il tiro, di imparare dai miei errori.

A dare al mio corpo il tempo di tornare abbastanza simile a prima - ci ha impiegato nove mesi per regalarmi mia figlia, avrà diritto di altrettanti mesi per rimettersi in forma?

A dare alla mia mente il tempo di abituarsi a questa nuova vita: impegnativa, a volte caotica, sempre meravigliosa. A non avere fretta di riavere i miei spazi, fisici e temporali: tornerà il momento per ogni cosa, per una corsa in solitaria, per una mattinata di scrittura, per un'uscita da fidanzati io e mio marito.

 

Ho imparato è essere paziente.

E più indulgente. Verso gli altri, verso il destino, verso me stessa.

 


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Commenti: 2
  • #1

    Francesca kerras (giovedì, 17 ottobre 2019 09:14)

    Non si può che rispecchiarsi in tutte queste parole, e apprendere ancora una volta di gustarsi i propri momenti cercando di esternarli dal mondo per farli propri unici e privi di confronti... perché non tornano e non saranno mai uguali a ieri e a domani.
    Mia figlia ora a quattro mesi e ciò che sto imparando insieme a lei è unico e speciale, si riscopre un mondo avvolte faticoso per le lavataccie di notte, i pianti che non sai calmare.... ma poi si capisce anche che la felicità è una cosa semplice come guardala mentre sorride hai tuoi occhi...e li mi fermo perché capisci che è l'amore più puro che hai mai avuto.

  • #2

    Elena (sabato, 23 novembre 2019 09:23)

    Forse l'articolo più toccante e concreto che abbia letto da quando sono diventata mamma. Complimenti!

    La mia bimba ha ora sedici mesi e succede che a volte io sia stanca di trovare sempre nuovi modi per intrattenerla (chi è mamma sa quanto sia difficile: a questa età vogliono fare tutto, ma si stufano e si annoiano di frequente). Ecco quando sono stanca...poi mi sento in colpa e temo che lei abbia percepito il mio non avere voglia e che poi se lo ricorderà....! Volendomi meno bene!

 

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