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Io, orfana di madre, mi sono dovuta inventare un modo di essere mamma

La storia di Lucia raccontata da Paola

Lucia mi accoglie nella cucina di casa sua, mentre Giacomo, il figlio maggiore, è intento a mettere sottosopra il salotto; Edoardo, l'ultimo arrivato di appena quattro mesi, se ne sorride beato nella sua sdraietta che dondola, gli occhi fissi sulla mamma neanche rischiasse di perderla d'occhio per un minuto.

Mi guardo un po' intorno: ci sono delle stoviglie ancora da lavare nell'acquaio e una scopa appoggiata alla parete; nella stanza accanto, come ho detto, sembra essere appena passato un uragano: giochi sparsi ovunque, cuscini per terra, il tappeto mezzo storto.

Ma è proprio questa la prima cosa che apprezzo di Lucia: l'autenticità.

Non fa niente per apparire quella che non è, ovvero una madre perfetta con una casa perfettamente in ordine e due figli perfettamente composti. La sua realtà quotidiana è caotica - come quella della stragrande maggioranza delle mamme: chi di noi non ha mai avuto la scopa appoggiata alla parete e la polvere accumulata in un angolo, in attesa di essere raccolta?

E lei, di questo caos, non se ne vergogna. Anzi, le calza a pennello, irruenta com'è anche nel raccontare la propria storia, le mani che gesticolano e gli occhi che parlano.

 

Già, la sua storia. Una narrazione incalzante, tanta sofferenza accumulata nel tempo.

Quando glielo faccio notare, lei mi dà una risposta disarmante. «E' una storia di sofferenza media, quella sofferenza di cui, a volte, ho timore pure di parlare: perché se c'è una cosa che non ho mai voluto, è la compassione altrui...»

"Tipico di chi ha sofferto molto" penso io. "Sminuire il proprio dolore e pensare sempre che ci sia qualcuno che ha sofferto di più e che merita maggiore considerazione".

Ma della sofferenza non esiste una gerarchia e, qualora ci fosse, credo che la storia di Lucia si collocherebbe sicuramente al di sopra della media.

Riassunta in poche righe: una madre che muore di sclerosi multipla quando lei ha appena sette anni; un padre che non riesce a riprendersi dal lutto e si abbandona alla depressione e all'alcool, incapace di occuparsi dei figli; le difficoltà economiche di un'intera famiglia sulle spalle di un'adolescente, costretta ad abbandonare la scuola e a lavorare sin dall'età di quindici anni; e poi, il cancro che nel giro di nove mesi si porta via anche il padre, accudito con devozione fino all'ultimo respiro.

«Da ragazza mi nascondevo dietro un'aria da bulla. Non avevo i soldi per comprarmi le scarpe da ginnastica ma ciò che facevo credere ai miei compagni di classe e al professore di educazione fisica era che a me, dell'ora di ginnastica, non me ne fregava assolutamente niente. Pur di difendere la mia famiglia, davo di me un'immagine che non mi apparteneva. Ero aggressiva, inavvicinabile, strafottente. Ma era solo una maschera. La verità era che avrei tanto voluto essere come i miei compagni che avevano una vita normale..."

Avrebbe potuto cedere agli eventi, Lucia; lasciare che il futuro a cui sembrava destinata avesse la meglio e la trasportasse alla deriva. Invece Lucia ha reagito, infiammata da un desiderio di riscatto che le ha dato la forza di guardare oltre e di ambire a un destino migliore di quello che gli altri immaginavano per lei.

«Il mio era un quartiere abbastanza degradato e tutti mi davano della sbandata... Mi dicevano che sarei finita insieme a un balordo e che avrei fatto una brutta fine. Ma più gli altri mi auguravano il peggio, più io ribollivo di rabbia e di desiderio di rivalsa.

 

Dopo aver ascoltato la sua storia familiare, le chiedo in che modo il suo passato abbia avuto riflessi sulla famiglia che lei stessa ha costruito. In particolare, le chiedo come abbia vissuto la mancanza della figura materna, l'assenza di quel modello di riferimento a cui ogni donna guarda nel momento in cui si trova ad avere un figlio tra le braccia.

«Non ti spaventava l'idea di diventare madre? Voglio dire: tu, la mamma, l'hai persa quando eri a malapena una bambina... non temevi il fatto di non avere un esempio da seguire, un modello a cui ispirarti? Non avevi paura di non essere capace?»

Ancora una volta la sua risposta mi disarma delle mie certezze.

«Paura di non essere capace?» e le scappa un mezzo sorriso. «E' da una vita che mi prendo cura di altre persone: mia mamma prima, mia padre poi. E poi mia nonna, mio fratello... Sono stata abituata a occuparmi di persone che hanno avuto bisogno di me. Per quale ragione avrei dovuto temere di non essere in grado di prendermi cura di mio figlio? Semplicemente, mi sono dovuta inventare un mio modo di essere madre, non avendo una figura materna di riferimento » Si interrompe un attimo, un velo di malinconia le attraversa il volto. «Il problema non è stato diventare madre. La vera novità, per me, sarebbe sentirmi figlia, almeno per una volta nella vita: essere io la persona di cui ci si prende cura, la persona a cui chiedere come stai...»

Sul volto di Lucia leggo stanchezza, ma quel desiderio di rivalsa di cui mi parlava prima lo intravedo ancora, che brucia in fondo ai suoi occhi.

«Costruirmi una famiglia era il mio sogno più grande, l'obiettivo a cui tendevo, l'aspirazione che mi ha spinto ad andare avanti. E, alla faccia di tutti quelli che mi vedevano come una sbandata senza arte né parte, ci sono riuscita. Non ho fatto grandi cose nella vita, ma questa sì: questa l'ho fatta.

A ventuno anni ho conosciuto Gabriele, un ragazzo a posto con un lavoro serio e una famiglia solida alle spalle. E quando siamo andati a convivere e mi sono allontanata dal mio quartiere, dalla mia famiglia e da tutti i misfatti che mi portavo appresso sin da bambina, è stato come respirare per la prima volta a pieni polmoni dopo un'apnea forzata durata vent'anni...»

 

Anche se ammette che i primi tempi dopo la nascita del primogenito non sono stati facili.

E così affrontiamo il tema spesso sottovalutato della solitudine delle neomamme, dell'enorme carico di responsabilità che si ritrovano sulle spalle, delle fragilità psicologiche che rischiano di corroderle dentro, se non adeguatamente affrontate.

«Dopo la nascita di Giacomo ho attraversato un momento di profonda crisi... Non mi sento di dire che sia stata depressione post partum , ma ero in difficoltà, seria difficoltà. Di giorno era come se trattenessi il respiro - del resto ero abituata a farlo, no? - e mi occupavo di lui con tutta la devozione possibile; ma la sera, quando il bambino finalmente si lasciava andare al sonno, mi chiudevo in bagno e piangevo, eccome se piangevo. Sentivo una stanchezza lacerante, e anche una terribile solitudine. Non c'era nessuno a darmi una mano: nessuno che mi chiedesse se volessi farmi una doccia, se dovessi lavarmi i capelli... Ero sola a far fronte ai bisogni di mio figlio e, nel soddisfare le sue esigenze, tralasciavo completamente le mie. Ecco, lì la mancanza di mia madre era forte. La mancanza non tanto della persona, ma della figura, del ruolo che una mamma ricopre, non so se mi spiego...»

 

Lucia mi racconta, poi, del rapporto che ha con i suoi figli, del forte attaccamento che ha nei loro confronti e della paura del distacco con la quale convive.

«Quando lasciai per la prima volta Giacomo all'asilo - non aveva ancora un anno - fu terribilmente dura. Cominciai ad avere degli incubi la notte, sognavo di morire, di abbandonarlo... Credo fosse un mix di senso di colpa e di dolore personale non ancora elaborato: mi veniva in mente la morte di mia madre, il primo distacco che avevo subito nella mia vita, nonché il più doloroso. Era come se, inconsciamente, temessi di far vivere a mio figlio emozioni simili a quelle che avevo vissuto io alla sua età, seppur in contesti completamenti diversi. Ancora oggi, vengo spesso attanagliata da una paura atroce di ammalarmi, di lasciare i miei bambini... Io so quanto ho sofferto, quanto la vita mi abbia tolto troppo presto ciò che avevo di più prezioso. Di mia madre non ricordo quasi niente: non ricordo il suo odore, la sua voce, le sue carezza sulla mia pelle. E ho il terrore che la storia possa ripetersi, ho il terrore di diventare anche io niente più che un ricordo sbiadito per i miei figli...»

 

Poi conclude con una riflessione che mi colpisce dentro, nella parte più vulnerabile della mia anima.

«Sai, anche se spesso ce ne dimentichiamo, noi mamme abbiamo un dono, un privilegio che la natura stessa ci regala: per i nostri figli, siamo la persona più importante di sempre e per sempre, anche se commettiamo degli errori e abbiamo delle carenze. Ci sono figli che proteggono e perdonano madri che li hanno trascurati, abbandonati, maltrattati: e questo perché il sentimento che lega madre e figlio è ineguagliabile e inspiegabile nella sua assolutezza.

A volte ci facciamo delle paranoie inutili, noi mamme: siamo gelose, iperprotettive, non vogliamo che nessuno prenda in braccio i nostri bambini. Come se qualcuno potesse sostituirsi a noi, scavallarci a livello di importanza. Ma è un timore inutile, infondato. Nessuno può occupare il nostro posto. Guarda me: mia mamma non è più con me da oltre vent'anni ormai, eppure rimane la persona a cui penso ogni mattina, non appena apro gli occhi. Immagina se ci fosse, quanto saremmo legate...»

E mi viene in mente una frase che ho letto non ricordo dove: l'assenza è la presenza più forte che ci sia.

 

Poi alla porta della cucina si affaccia Giacomo, sudato e scompigliato nei capelli e negli abiti. «Mamma, ho sete».

Gli risponde Edoardo, che tira un urlo da lacerare i timpani.

Lucia li guarda innamorata, versa l'acqua al grande, prende in braccio il piccolo.

E allora mi viene in mente anche un altro aforisma: ci vuole un caos dentro per generare una stella danzante.

Beh, tra queste quattro mura un po' di caos c'è, ma ci sono anche tante stelle che ballano.


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