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Mamma in giovane età: dai 22 anni mi aspettavo tutto, tranne che una bambina

La storia di Anna raccontata da Paola

La storia di Anna mi ha profondamente colpito, e non solo perché può ritenersi antitetica alla mia.

Io, che ci ho impiegato trentatre anni e infinite riflessioni per maturare la consapevolezza di voler mettere al mondo un figlio; lei, che a soli ventidue anni e senza pianificazione alcuna si è ritrovata madre di una splendida bambina di nome Iris - grandi occhi azzurri come quelli della mamma e molta poca propensione a dormire.

La storia di Anna mi ha colpito anche per altre ragioni: perché è una storia ciclica, una di quelle storie in cui i trascorsi dei genitori sembrano fatalmente ripetersi nelle vite dei figli, quasi a volerli mettere alla prova; e poi, soprattutto, perché è una storia a lieto fine, vissuta con quella giusta dose di spensieratezza e sana sfrontatezza tipiche di quando si è ancora giovani.

 

Quando le chiedo «senti mai la mancanza della libertà che avevi prima, quella libertà che i tuoi coetanei possono ancora godersi?», lei mi risponde decisa di no, quasi infastidita dalla mia domanda «Sto molto meglio adesso che prima. Sento che è questa la mia dimensione. Ho avuto il tempo e il modo di fare le mie esperienze: adesso sono felice di fare la mamma».

Eppure il suo percorso verso la maternità è cominciato abbastanza in salita.

Una frequentazione di appena due mesi con il futuro padre della bambina, di soli diciannove anni; una gravidanza inaspettata, visto l'intervento chirurgico al quale il ragazzo si era da poco sottoposto e a causa del quale - così avevano "assicurato" i medici - un concepimento sarebbe stato altamente improbabile, almeno per un certo lasso di tempo; l'ostracismo dei genitori riguardo la decisione di portare avanti la gravidanza, soprattutto da parte della madre di lei; e, come se non bastasse, una paresi facciale scoppiata all'ultimo mese di gestazione, «tanto che temevo di arrivare al parto con il volto mezzo sfigurato».

Anna ammette di aver considerato l'opzione aborto. «All'inizio ero molto spaventata, sopraffatta da questa gravidanza inattesa. Mia mamma, poi, era totalmente contraria all'idea che tenessi la bambina, così contraria che inizialmente ho preferito nasconderle la notizia. In me, ha rivisto gli "errori" che aveva commesso lei quando era giovane... ».

Perché anche la mamma di Anna rimase incinta quando aveva solamente ventidue anni e di difficoltà, da quel momento, ne ha dovute superare molte, a partire dalla relazione burrascosa e poi naufragata con il padre di sua figlia. «Poi, ovviamente, mi ha amato moltissimo, così come ama smisuratamente sua nipote. Ma per me, forse, immaginava un destino diverso, una giovinezza un po' più spensierata rispetto a quella che, a suo tempo, si è trovata ad affrontare lei...»

 

Ciclico il destino materno, ma, in un certo senso, ciclico anche il destino degli uomini di questa storia.

«Contrariamente a me, il mio ragazzo è stato subito entusiasta della gravidanza. E all'ipotesi di abortire era fermamente contrario. Suo padre non l'ha mai riconosciuto e lui ripete sempre che, se non fosse stato per sua madre, non sarebbe mai venuto al mondo. Beh, diciamo che non se l'è sentita di commettere con sua figlia gli stessi errori che suo padre ha commesso con lui.» Una storia di riscatto, insomma, quella di questo giovane padre: come se, finalmente, avesse potuto mettere un punto e a capo a un discorso lasciato in sospeso diciannove anni prima e cominciare un nuovo capitolo della sua vita.

 

Anna racconta che i primi tempi con Iris non sono stati affatto facili, soprattutto a causa di una terribile mastite che l'ha costretta a interrompere l'allattamento al seno dopo appena nove giorni dalla nascita della bambina.

Quando le chiedo come abbia vissuto questa situazione, risponde con una sincerità quasi spiazzante.

«All'inizio, quando ho smesso di allattare, è prevalsa una sensazione di gioia, di liberazione. Avevo continuamente la febbre alta, il dolore al seno era insopportabile e la bimba voleva stare sempre attaccata. Non ce la facevo più. Poi, man mano che sono stata meglio, ho cominciato a provare un po' di dispiacere all'idea di non allattare, sia perché di latte ne avevo tantissimo, sia perché mi sarebbe piaciuto vivere questa forma di contatto con mia figlia».

Le chiedo, allora, se sia mai stata colta da una sensazione di sconforto all'idea di dover ricorrere alla formula, visto che molte neomamme, in situazioni analoghe, si sentono in difetto, quasi colpevoli di non poter nutrire il proprio bambino. Ancora una volta la sua risposta è franca e genuina.

«Non mi sono mai sentita una mamma di serie B rispetto alle mamme che allattano. Sarebbe piaciuto anche a me, non è stato possibile, me ne sono fatta una ragione. A mia figlia non do il mio latte, ma le do ugualmente tutto l'amore che ho».

 

Come ultima domanda, le chiedo che tipo di mamma si definisce. «Non lo so che tipo di mamma sono. Di certo, non sono apprensiva, né tanto meno organizzata. Mi è anche successo di uscire di casa senza pannolini e poi di doverli comprare con urgenza mentre ero in giro, visto che Iris era piena di cacca!» risponde sorridendo mentre fa il solletico alla bambina, come alla ricerca di un suo sorriso di approvazione.

Alcuni dicono che i figli vanno fatti da giovani, perché si hanno più energie e meno paranoie.

Non so se abbiano ragione; di certo, la storia di Anna e Iris avvalora questi tesi.


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