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Il blog, prima del blog, oltre il blog

(storia della mia scrittura)

Mi è sempre piaciuto scrivere.

Mi divertiva moltissimo scrivere i "pensierini" alle scuole elementari, osservavo gli angoli della casa intorno a me e prendevo ispirazione per scriverne di originali. A volte chiedevo aiuto alla mamma, ma lei scivolava un po' sul banale e allora io tornavo a guardarmi intorno e a giocare con la fantasia, con l'immaginazione. Ne avevo tantissima, a quel tempo.

Una volta approdata al liceo classico, la scrittura divenne il mio pane quotidiano. Quasi ogni giorno ci assegnavano un tema da svolgere per casa e a me non pesava affatto passare due, tre ore a scrivere; non lo facevo così, tanto per fare, accozzando parole su parole giusto per riempire le quattro colonne del foglio protocollo: io ci mettevo impegno e dedizione nello svolgere la traccia, e non perché mi importasse più di quel tanto del voto che il prof. mi avrebbe dato. Certo, era importante anche quello, ma c'era dell'altro, qualcosa che aveva a che fare con la mia tranquillità spirituale, quel "sentirsi a posto con se stessa" che per alcune mie coetanee voleva dire avere la riga sopra gli occhi senza alcuna sbaffatura, per me aver scritto un tema che filasse in maniera compiuta.

Già a quel tempo, infatti, era il filo logico che mi ossessionava. Il tema doveva avere un filo logico perfettamente disteso: niente nodi, niente vuoti concettuali, niente salti nei ragionamenti. L'intero discorso doveva tornare, come il risultato di un'equazione o il bilanciamento di una formula chimica.

Un venerdì, il prof. di italiano ci assegnò per il lunedì successivo lo svolgimento di un tema a piacere. Io trascorsi l'intera domenica a cercare l'ispirazione, poi, verso le sette di sera, dopo aver visto di sfuggita alcune immagini di un programma domenicale del palinsesto Mediaset, scrissi una dissertazione lunga sei colonne sullo sfacelo della tv generalista.

Il tema si chiudeva con un verso di "Stupendo" di Vasco Rossi, sebbene non sapessi quanto il prof. avrebbe apprezzato questa incursione musicale in un tema di stampo saggistico. Andò bene, presi un bel nove.

Evidentemente tutti i discorsi filavano in maniera logica.

 

Oltre alla scrittura, ho sempre amato molo leggere.

Sono stati tanti i libri che mi hanno segnato e insegnato. Da bambina, fu l'intera saga di "Piccole Donne", da adolescente "Jack Frusciante è uscito dal gruppo", con le frasi più memorabili sottolineate con l'evidenziatore e bisbigliate nei corridoi della scuola.

Al liceo, infervorata di femminismo e desiderio di giustizia sociale, rilessi più e più volte "1984" e "Una stanza tutta per sé", mentre all'università incontrai casualmente "Io sono Charlotte Simmons" e non la dimenticai più, come un'amica fedele dalla quale si torna ogni volta che ci si sente soli. Verso i trenta, "Il corpo umano" mi lasciò senza parole.

Da ragazza leggevo moltissimo, in ogni momento libero. Portavo una sedia sul terrazzo, appoggiavo i piedi sulla ringhiera e mi perdevo tra le pagine, una sensazione di disconnessione dalla realtà che con il tempo si è gradualmente affievolita, essendo diventata un'adulta incapace di azzittire il cervello e lasciarsi andare.

Recentemente mi è successo solo una volta, leggendo "Norwegian Wood" di Murakami. È stata una bellissima sensazione, un ritorno alle origini che mi ha fatto riscoprire il perché della lettura - e cioè che leggere è uno scopo di per sé, un piacere senza secondi fini, un atto di cura e di amore verso se stessi.

 

Quando ero più giovane scrivevo anche al di fuori degli obblighi scolastici.

Lettere, soprattutto. Alle amiche lontane e ai ragazzi che mi piacevano. Le prime arrivavano a destinazione, le seconde non venivano mai spedite. Ma le scrivevo comunque, per dare forma ai miei pensieri, per riempire di sostanza emozioni a cui altrimenti non sarei stata capace di dare un connotazione. Il filo logico doveva esserci anche in quelle lettere lì, che non sarebbero mai state lette da nessuno eccetto che da me. Ma, del resto, il mio io giudicante è sempre stato piuttosto severo.

Con le amiche di un tempo condividevo anche un diario a otto mani, nel quale annotavamo a turno pensieri, sogni, versi di canzoni e considerazioni sulla vita. L'ho ritrovato casualmente un po' di tempo fa, unico reperto di un'amicizia che nel frattempo si era sfaldata nel peggiore e più doloroso dei modi.

Ho avvertito l'esigenza di rileggerlo, curiosa di vedere se in quelle pagine avrei trovato delle risposte e, soprattutto, se vi avrei ritrovato qualcosa della me di adesso. Poi l'ho ripulito dalla polvere e l'ho riconsegnato a una delle autrici, come a mettere finalmente un punto a un discorso lasciato in sospeso da tempo.

E, poi, da ragazza, scrivevo racconti e bozze di romanzi mai conclusi, compreso uno incentrato sulla storia d'amore tra me e Nick Carter dei Backstreet Boys. Conservo ancora la pila di fogli coi buchi scritta fitta fitta in corsivo, quando le pagine Word ancora non sapevo usarle e le penne sparse per casa non erano mai abbastanza.

Già a quell'epoca il sogno di scrivere un libro c'era. Ma era più un sogno da lasciare al sicuro nel cassetto, che non un progetto vero e proprio al quale dedicare anima e corpo.

 

Poi è arrivato un periodo della vita in cui le vicissitudini del quotidiano hanno preso il sopravvento e tutto ciò che mi faceva stare bene, quindi soprattutto scrivere, è passato in secondo piano, relegato a status di capriccio infantile che ormai non potevo più permettermi.

C'era altro a cui pensare: c'era sempre qualcosa di più importante a cui badare - la famiglia, la casa, il lavoro, le aspettative altrui.

Questo periodo è durato a lungo e mi ha corroso dentro, anche se l'involucro esterno rimaneva intatto.

Sentivo che c'era qualcosa che non andava, che stavo facendo un mucchio di cose che dovevo fare, ma stavo tralasciando completamente ciò che volevo fare, che mi faceva sentire viva, accesa da una passione. Il dovere prevaleva sempre, incontrastato, sul sentire.

Non a caso il libro che poi sono riuscita per davvero a scrivere è scaturito da un momento di rottura nella mia vita, una cesura interiore che ha segnato l'avvio di un nuovo modo di guardare a me stessa, al mio tempo e ai miei desideri. Quando ho capito che non c'era niente di male nel provare a seguire la propria indole e le proprie passioni, allora ho avuto il coraggio di mettere in pausa gli obblighi e i doveri che mi avevano accerchiata fino a quel momento, tirare il sogno fuori dal cassetto e renderlo reale. 

"L'uomo che dorme" ha preso forma in tre settimane: non mi sono dovuta sforzare per trovare le parole, sono state le parole a cercare me e a farsi largo sul foglio, come se stessero già da tempo aspettando di essere interpretate e messe nero su bianco.

Del mio libro ne sono state vendute 112 copie, stando alla comunicazione del mio editore: una minuscolissima goccia nell'oceano della letteratura, un enorme risultato per me. Enorme, come solo i sogni che si concretizzano sanno esserlo.

 

Poi ho scoperto il mondo dei blog. Tardi, sicuramente. Troppo tardi, forse.

Il primo blog che ho aperto, a novembre del 2017, era a tema viaggi, non a caso si chiamava "Paola loves travelling" (nome in inglese perché avevo addirittura la presunzione di farmi conoscere all'estero, mah... L'ingenuità dei principianti).

Ho lasciato scadere il dominio poche settimane fa, consapevole del fatto che non aveva e non avrebbe mai ingranato; nel frattempo, poi, avevo intrapreso l'avventura di "Due mamme un blog" e quindi mi sembrava giusto dedicare il già poco tempo a disposizione a un unico progetto.

Sono felice del blog, felice di condividerlo con Serena, felice del riscontro che in pochi mesi abbiamo ricevuto, felice di poter raccontare di me senza filtri.

Anche se momenti di crisi ci sono stati e continuano a esserci, di tanto in tanto. Succede quando il ruolo di madre mi sta un po' stretto e vorrei ricordare - agli altri e, in primis, a me stessa - che possiedo tanti altri interessi, desideri ed esperienze di vita che esulano da questo ruolo a volte così schiacciante. Io amo parlare di libri, di viaggi, di psicologia, a volte pure di gossip.

E allora per quale motivo non dovrei sentirmi libera di farlo nel mio blog?

Ecco perché oggi racconto questo aspetto di me: della storia della mia passione per la scrittura.

 

Scrivere, per me, non è un fine in se stesso come leggere. Sarei disonesta se dicessi che scrivo semplicemente per il gusto di scrivere; certo, scrivere mi fa stare bene, è una boccata d'ossigeno in giornate che sono spesso vissute in apnea. Ma se dedico tempo alla scrittura - di solito togliendone ad altre cose che nel breve periodo sarebbero molto più utili o proficue - è perché mi piace l'idea di essere letta.

Dicono che, quando si scrive, si scriva sempre per un lettore esterno, anche nel caso in cui le nostre parole siano affidate a un diario segreto; in quel caso, il lettore esterno saremo noi alcuni anni più avanti, ovvero persone diverse da quelle che avevano scritto qualche tempo prima.

Trovo questa affermazione di un'onesta disarmante: io scrivo perché spero che qualcuno mi legga e sia colpito, nel bene o nel male, da ciò che legge; perché spero che le mie parole facciano riflettere, sorridere, emozionare, incazzare, o magari pensare "queste cose le avrei potute scrivere io, tanto me le sento addosso".

 La mia sfida, quando scrivo, consiste proprio in questo: raccontare qualcosa di personale cercando di renderlo apprezzabile e condivisibile dagli altri; universalizzare qualcosa di mio, scrivere di me parlando la lingua dei lettori.

La soddisfazione più grande di aver scritto un libro non è stata quella di vederlo pubblicato da una casa editrice, né di averlo presentato nelle librerie, né di averne postato la foto su Instagram e Facebook. La gratificazione maggiore è stata quella di aver ricevuto tanti messaggi da parte di chi lo aveva letto, messaggi del tipo «hai colto nel segno, hai smosso qualcosa, hai dato sostanza ai miei pensieri».

 

Mi piacerebbe fare della scrittura il mio lavoro.

Non so se ci riuscirò mai, ma, in ogni caso, io continuo a seguire il mio filo logico interiore. Chissa che, prima o poi, mi conduca fuori dal labirinto, come Teseo con il filo di Arianna.

 

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