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"A me non sarebbe mai successo" [cit.]

Riflessioni sulla legge dei dispositivi antiabbandono

A me non sarebbe mai successo.

Lo dice sempre mio marito, quando leggiamo la notizia di un bambino dimenticato in auto. Penso che quasi tutti, almeno una volta, l’abbiano pensato. Anche quelle persone a cui, purtroppo, è successo.

Alcuni si chiedono come sia possibile che succeda qualcosa di simile. Io mi meraviglio della domanda. Perché? Le risposte sono così tante; la prima, la più banale, è che siamo schiavi del tempo, in perenne ritardo, e abbiamo la testa occupata dalla miriade di cose che dovremmo riuscire a fare durante la giornata. Spesso non riusciamo a portarle a termine, altre volte ne facciamo meno della metà. A me capita di riuscire a farne una sola, spesso anche male. Così il brodo per la bambina si è ritirato troppo o troppo poco. Il racconto su cui avrei dovuto lavorare è rimasto fermo o, peggio, è illeggibile. Eccoci, sempre in affanno, sempre con la testa alla cosa dopo che dobbiamo assolutamente fare e fare bene. E, come in una catena di montaggio, ripetiamo più o meno le solite azioni: sveglia, pannolino, igiene, vitamine, colazione, cambio, auto fino all’asilo, lavoro.

Solo che all’asilo qualche bambino non ci arriva. Solo che qualcuno, uno qualsiasi, uno di noi genitori, se l’è “dimenticato” in auto.

Penso che questi abbandoni siano il segnale del nostro burnout. Eppure ci sono strategie per limitarli, strategie che vanno oltre la frase A me non sarebbe mai successo. Il primo è quello di mettere la ventiquattrore accanto al sedile del bambino: per scendere saremo così obbligati ad aprire la portiera accanto a lui e ci accorgeremo della sua presenza.

Un’altra strategia può essere quella adottata dalla Regione Toscana dal gennaio 2019: in caso di assenza del bambino al nido, i genitori verranno chiamati. Così, nella malaugurata ipotesi che il bambino sia stato dimenticato in auto, si potrà intervenire prima che sia troppo tardi.

 

C’è molto scalpore, invece, per la legge sui dispositivi antiabbandono. Alcuni contestatori sono proprio i sostenitori del A me non sarebbe mai successo. Altri, invece, hanno due o tre figli e sono preoccupati della spesa economica che si troveranno ad affrontare.

Se c’è qualcosa che in tutta questa manovra mi lascia perplessa, è la circolare uscita ieri, sei novembre, che imponeva l’obbligatorietà e la sanzionabilità a partire da oggi, sette novembre. Cosa succederà a quei genitori che, non avendo avuto il tempo di essersi messi in regola durante la nottata, oggi dovranno portare i loro bambini al nido? Una multa, in caso di controllo. Una multa, sembra, contestabile.

 

Insomma, le politiche ci vogliono e devono far sentire la loro voce. Per attuarle, però, occorre tempo. Tempo per fare in modo che i genitori possano mettersi in regola, acquistando dispositivi conformi e, quindi, sicuri. Già, perché non è tanto la sanzionabilità a preoccuparmi, quanto il rischio dell’acquisto di un dispositivo che non faccia bene il proprio lavoro. Il dispositivo dovrebbe essere, poi, uno strumento in più, non l’unico.

 

Quello che occorre, credo, è un sistema diverso. Un sistema che permetta ai lavoratori-genitori di essere in primis genitori, soprattutto nei primi anni di vita dei loro bambini. Anziché vivere sotto continua minaccia di licenziamento, per esempio. Anziché dover rientrare troppo presto perché le partite iva non sono tutelate. Un ripensamento del ruolo genitoriale, un cuscino morbido che permetta di passare senza troppi sforzi dal ruolo lavorativo a quello famigliare e viceversa.

Non basta una legge, occorre una rivoluzione. Una rivoluzione nei pensieri e nei gesti, piccoli e grandi. Un po’ di tempo per essere semplicemente madre e padre. Magari anche un po’ di tempo per essere soltanto donna e uomo.

 

Siamo fagocitati dal lavoro e dai nostri figli. Siamo fagocitati da una società che ci vuole sempre perfetti, in forma, genitori attenti e ai vertici della carriera. E io oggi compio la mia rivoluzione, rosicchio del tempo a tutto il resto e mi ritrasformo nella vecchia Serena, quella armata di agenda, blocco e penna. Perché per non abbandonare i nostri figli in auto, occorre spegnere l’incendio del burnout. Occorre essere liberi di essere se stessi, materia plastica, senza l’inganno del tempo.

Stamani mi prendo tempo morbido, tempo liquido. Al resto penserò più tardi.

 

Serena B.

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