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Parole imparentate, ma non troppo

quando le parole sembrano sinonimi, ma non lo sono affatto

Qualche tempo fa ho scoperto per caso il blog "Il mestiere di scrivere" di Luisa Carrada e, da allora, non l'ho più abbandonato. A Luisa ho anche scritto una mail di ringraziamento, un modo forse un po' infantile per farle sapere quanto mi avesse affascinato e ispirato il suo metodo di lavoro, la sua pratica quotidiana di trattare e dosare le parole con cura e sollecitudine.

Uno dei post che più ho apprezzato riguarda le parole sorelle (o cugine): termini che potrebbero sembrare all'apparenza sinonimi e interscambiabili, ma che nascondono, in realtà, sfumature assai diverse; parole, insomma, che "dicono" cose diverse, anche se spesso le accostiamo e le mescoliamo in un unico calderone.

Ho provato, allora, a pensare anche io a qualche coppia di parole apparentemente vicine, cercando spunto nella mia memoria, nelle mie letture recenti, nei tanti errori più o meno consapevoli che compio nella mia palestra di scrittura quotidiana.

Ecco quelle che mi sono venute in mente:

 

superficialità/leggerezza

 

Nessuno di noi vuole avere a che fare con persone superficiali; nessuno di noi vuole ricevere informazioni superficiali. Nel primo caso, quello riferito alle persone, la superficialità va di solito a braccetto con l'aridità di sentimenti; nel secondo caso, quello riferito alle parole, superficialità fa rima con approssimazione: un discorso superficiale è un discorso che non ci arricchisce di nozioni e conoscenze utili, è una comunicazione che traccia solo a grandi linee i contorni di un concetto senza colorarne il contenuto. È una comunicazione approssimativa, appunto, come il valore di un numero con la virgola di cui non abbiamo voglia di scrivere tutti i decimali e che arrotondiamo all'intero.

 

Leggerezza, invece, vuol dire altro: leggerezza, riferita sia alle persone sia alle parole, significa essere privi di fronzoli inutili che appesantiscono - il corpo, lo spirito, la comprensione di un testo, una conversazione; significa non avere palle di ferro legate alle caviglie come quelle dei carcerati, che tengono forzatamente ancorati a terra e impediscono alla mente di volare in alto.

 

Non sono certo io la prima a dirlo. Italo Calvino diceva: "Prendete la vita con leggerezza. Che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall'alto, non avere macigni sul cuore".

 

Parole leggere sono quelle, allora, che filano lisce senza intoppi e senza inganni, che non tentano di abbellirsi con orpelli artificiosi, che permettono all'immaginazione di sprigionarsi, che guidano l'interlocutore o il lettore alla comprensione, anche nel caso di argomenti complessi. Leggerezza non significa sempre facilità, ma è il migliore strumento per districare la complessità - della storia, delle emozioni umane, e di molto altro.

 

intimo/segreto

 

Ho pensato a questo binomio leggendo a proposito della diffusione dei blog.

Cosa sono, del resto, i blog, se non gli eredi moderni dei cari diari segreti di una volta?

Segreti, appunto: nascondevamo la chiave nel più remoto angolo della camera, e poi nascondevamo pure il diario sotto il cuscino, chissà mai che ai nostri genitori non venisse in mente di forzare il lucchetto con una graffetta. Alle pagine del diario affidavamo i nostri pensieri inconfessati, le nostre frustrazioni di adolescenti, i nostri sogni per il futuro. Era un modo per dare forma a ciò che ci passava per la testa e ci attraversava il cuore, per fissare emozioni, pensieri, promesse. Era un dialogo con noi stessi, mediato dalla scrittura.

 

Oggi, chi scrive su un blog, fa più o meno la stessa cosa: parla di sé, racconta delle proprie passioni e delle proprie esperienze - di un libro che ha letto, di un vecchio amico che ha incontrato, di una paura che ha affrontato. Il blog è pur sempre qualcosa di intimo, solo che non è più segreto: diventa di dominio pubblico, è un diario virtuale di cui abbiamo gettato via chiave e lucchetto.

Sono tante le ragioni per cui ci si dedica a un blog, così come sono tante le ragioni per cui ci si appassiona a leggere un blog; c'è sicuramente l'effetto "buco della serratura", ma personalmente credo che quello riguardi più i social, specialmente quelli a contenuto fotografico.

Se seguiamo un blog con costanza e interesse, e "perdiamo tempo" a leggerlo, è perché la sfera intima altrui ci affascina e ci fa sentire meno soli: il blog è uno specchio nel quale ci vediamo riflessi, perché attraverso le parole dell'altro conosciamo e comprendiamo un po' di più anche noi stessi.

 

emozione/empatia

 

Per questa coppia di parole sorelle prendo esplicitamente spunto proprio dal post di Luisa Carrada.

Lei dice che l'ansia di emozionare a tutti i costi porta spesso a essere esagerati nello scrivere, a infarcire descrizioni e narrazioni di aggettivi, esortazioni, punti esclamativi. Sono d'accordo. E aggiungo anche che, in questa gara all'esasperazione, anche l'autenticità del raccontare ne risulta penalizzata.

Quando mi sono affacciata al mondo dei social - e parlo soprattutto di Instagram - seguivo con ammirazione alcuni travel blogger che possedevano, a mio avviso, uno storytelling fantastico. Narravano dei loro viaggi con originalità e freschezza e io mi emozionavo a leggere i loro racconti.

 

Poi, però, con il passare del tempo - e acquisita anche una maggiore consapevolezza riguardo le strategie comunicative del web - mi sono resa conto che il ritornello era sempre il solito. Cambiavano l'incipit e l'epilogo, magari, ma la sostanza del discorso si ripeteva pressoché invariata.

Sempre tutto bello, tutto fantastico, tutto strepitoso, tutto emozionante, appunto. E una valanga di punti esclamativi, di emoticon sorridenti, di hashtag motivazionali.

E, così, quelle parole che un tempo mi emozionavano, adesso sono distanti anni luce da me. Alcune volte quasi mi fanno venire il prurito, da tanto che mi sembrano gonfiate e inverosimili. Non mi ci rispecchio, non le condivido, non mi descrivono. Come ci si può immedesimare con chi vede sempre tutto - TUTTO - bello e positivo nella vita? Per la stessa ragione risulta difficile credere a quelli a cui va sempre tutto - TUTTO - storto.

L'ostentazione, del bene e del male, finisce per essere caricaturale e, invece di emozionare, allontana.

 

Ecco perché, più che l'emozione, è importante suscitare empatia quando si scrive; essere credibile e condivisibile, portare il lettore a pensare "questa cosa avrei potuta dirla io" e spingerlo, così, ad andare avanti nella lettura, quasi senza accorgersene.

Belle le emozioni improvvise e fugaci, ma belli anche i sentimenti radicati e duraturi. Un po' come diceva Bauman.

 

 

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