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Ottobre e novembre: mesi intensi, da mamma e da donna

«Sere, io per un po' mi prendo una pausa del blog. Non ho niente da scrivere, niente che mi sembra valga la pena di raccontare».

Dicevo questo a Serena circa un mese fa.

Che questo post rappresenti la fine di quella pausa e l'avvio di uno slancio ritrovato? Chissà.

Le pause di riflessione, di solito, non portano a niente di buono, sono solo un pretesto edulcorato per mettere la parola fine a un rapporto consumato e arrivato a un punto morto. Speriamo, allora, che la mia pausa dal blog sia l'eccezione che conferma la regola e che questo articolo segni la ripresa di una passione che si era soltanto, temporaneamente, affievolita.

 

La verità è che ottobre e novembre sono stati mesi molto intensi, a tratti faticosi, psicologimente piuttosto duri. Mi hanno messo alla prova, come mamma e come donna, facendomi sentire dentro a una centrifuga - di emozioni, impegni e cambiamenti - in funzione ventiquattro ore su ventiquattro.

Le contingenze della quotidianità hanno preso il sopravvento e, di fronte a questa botta di realtà che mi ha stordito più di un pugno in pieno viso, la scrittura e l'universo virtuale del blog e dei social ha dovuto necessariamente fare un passo indietro e lasciare spazio alle "cose serie" - quelle che non hai tempo e voglia di condividere e che, di condividere, non senti nemmeno il bisogno.

 

Ma andiamo con ordine.

Ottobre è stato il mese dell'inserimento al nido, che io avevo previsto rapido e indolore. Una decina di giorni, massimo due settimane. "Greta è una bimba estroversa e gioiosa, non avrà problemi ad ambientarsi e a socializzare con le tate e con gli altri bambini" mi dicevo con convinzione.

Mi sbagliavo. L'inserimento è stato più lungo e difficoltoso di quanto potessi immaginare e in più momenti sono stata sul punto di cedere e rinunciare, sopraffatta dai dubbi e confusa dalle tante, spesso non richieste, opinioni altrui.

Pur rimanendo al nido soltanto un paio d'ore, Greta era nervosa, scontrosa, sospettosa nei confronti delle educatrici e dei compagni;  dormiva poco e il momento della pappa era una vera tragedia.

«Si rifiuta di mangiare» mi dicevano ogno giorno le tate, al momento di riprenderla.

«È un atto di ribellione, è il suo modo di dirti che vuole te, quando si tratta di mettere in bocca del cibo» cercava di rassicurarmi la pedaggista. «Ma stai tranquilla, è una cosa del tutto normale: tu, che la allatti ancora, sei cibo per lei, quindi è assolutamente comprensibile che non accetti di mangiare dalle mani di nessun altro».

E ancora: «tu mangeresti a casa di sconosciuti? Perché il nido è un ambiente ancora estraneo per lei...»

Insomma, tante rassicurazioni da parte delle tate, ma poca presa su di me, ogni giorno più sfiduciata e insicura della scelta fatta.

"Sarà troppo piccola per il nido?"

"Soffre troppo il distacco da me, abituata com'è a trascorrere tutto il giorno insieme?"

"Ma se non mangia al nido, devo poi darle la pappa a casa o passare direttamente alla merenda di metà pomeriggio?"

Un trambusto interiore di domande e perplessità che è durato l'intero mese di ottobre.

 

Ottobre pensavo fosse anche il mese per ricaricarmi prima di riprendere a lavorare.

Mi ero immaginata mattine dilatate in cui poter portare a termine alcuni progetti di scrittura avviati e fare delle lunghe passeggiate per riattivare muscoli ormai letargici, invece non facevo in tempo a portare la bimba al nido che dovevo già andare a riprenderla. E il poco tempo a disposizione, finivo per impiegarlo in lavatrici e commissioni burocratiche troppo a lungo rinviate.

Il pomeriggio la musica non era poi così diversa.

Greta dormiva poco e male, agitata da continui risvegli e da una ricerca bramosa del mio contatto. Non potevo fare niente che non fosse tenerla in braccio. «Anche questo è del tutto normale» mi dicevano le educatrici. «Il distacco della mattina cerca di compensarlo nella rimanente parte della giornata, quando siete insieme e ti vuole vicina, sempre vicina».

La notte la situazione non era migliore, con nove - dieci risvegli accompagnati da pianti e lamenti.

Sapevo che la deprivazione del sonno fosse una delle cause principali di sbalzi d'umore, nervosismo e depressione, ma sperimentarla sulla nostra pelle (mia e di mio marito, visto che anche lui ha accusato parecchio la stanchezza) ci ha dato un'idea concreta della correlazione: se dormi troppo poco, nelle ore di veglia sei spossato, irritabile, scarico come una pila consumata.

«La carenza di sonno ti fa conoscere lati del tuo carattere che non credevi nemmeno di possedere» mi disse a suo tempo una mia amica neomamma.

Parole che sottoscrivo pienamente.

E nonostante le buone intenzioni della vigilia, Greta è finita a dormire nel lettone con noi, spazzando via in un attimo tutte le teorie pedagogiche lette e rilette su autonomia e co-sleeping.

 

Poi è arrivato novembre, il mese della nostalgia, dei ricordi, della pioggia incessante.

La situazione al nido è migliorata e io ho ripreso a lavorare, ma confesso che rimettermi in carreggiata non è stato per niente facile.

La maternità è una sorta di bolla, una capsula trasparente dalla quale vedi il mondo fuori senza che il mondo possa, però, toccarti più di quel tanto. Non voglio dire che quelli a casa siano stati mesi leggeri: la gestione quotidiana di un neonato può essere molto più stancante ed estenuante di una settimana lavorativa.

Ma il raggio d'azione dei miei pensieri, nei primi mesi di vita di mia figlia, era, per così dire, limitato: dovevo pensare prima di tutto a lei e questo era universalmente appurato e riconosciuto. Dovevo pensare a fare la mamma, insomma. Ogni altro ruolo, ogni altro impegno, ogni altro problema, era secondario e procrastinabile.

Mi muovevo dentro la bolla e, nonostante qualche difficoltà, mi sentivo protetta, al sicuro.

 

Poi è arrivato il momento in cui la bolla si è sgonfiata come un palloncino bucato e io mi sono ritrovata catapultata dentro il mare in tempesta della quotidianità.

Da un giorno all'altro la vita reale ha reclamato il suo primato e mi ha costretto a tutto ciò che, fino a quel momento, avevo posticipato a tempo indefinito: vestirmi decentemente dopo mesi trascorsi in tuta e con i capelli raccolti alla bene e meglio, dialogare con adulti di argomenti diversi dallo svezzamento e dai primi dentini, riprendere in mano questioni di lavoro accantonate mesi e mesi fa.

Con il mese di novembre ho smesso di essere "soltanto" una mamma: sono tornata a essere una donna - che lavora, che si muove nel mondo, che intattiene relazioni che esulano dai figli, che cerca di ritagliarsi a fatica dei piccoli spazi di libertà di cui ha bisogno come l'aria. Un passaggio normale, necessario, fisiologico, che per certi versi aspettavo con ansia.

Solo che, diversamente da quanto mi aspettassi, non è stato immediato e indolore, un po' come l'inserimento al nido di mia figlia.

Anche io mi sono dovuta ri-ambientare, ri-assesatare, ri-abituare alla vita reale, fuori dalla bolla.

 

Adesso mancano pochi giorni a dicembre e il senso di disorientamento si è placato, anche se non ancora del tutto svanito.

Alla "vita di prima" ci sono tornata: ora è il momento di riprenderla in mano, la mia vita, e questo post è il primo passo in quella direzione.

 

 

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