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Non è un Paese per figli

E per chi figli ha

 

Ci siamo dimenticati dei bambini. E non solo del loro modo di guardare il mondo, filtrato adesso dai vetri di una finestra e dal ferro delle inferriate. E delle pagine bianche che si riempono di colori, anche scuri. Delle ombre cupe che danno una sfumatura strana ai loro sorrisi. Ci siamo dimenticati dei bambini, di quello che sentono. Della lontananza dai nonni, dagli zii, dagli amici. Della bontà dell’aria pura montana o marina. Ci siamo dimenticati dei bambini, o meglio qualcuno se ne è dimenticato, ma noi no. Noi genitori no.

 

È vero che non potremo restare per sempre chiusi, che bisogna pur ricominciare ad aprire, a vivere. Ma i bambini non sono statue: hanno voci, movimenti, cuori. I bambini sono corpi che danzano, scalpitano mentre acquisiscono nuovi successi. I bambini sono menti che apprendono e ci meravigliano con la loro fantasia. I bambini sono cuori che sentono, e quando il loro cuore soffre, soffre anche il nostro. I bambini non sono statue, i bambini sono vivi.

I bambini, poi, non sono pacchi, né automobili. I bambini non si lasciano, non si parcheggiano. I bambini si affidano alle cure di qualcuno, e allo stesso tempo i bambini si prenderanno cura di questa persona. Il miracolo dei bambini è che in loro dare cure e fare da cura si fondono in un’unica armonia, in un’unica forma. E i bambini diventano risorsa, ricchezza, non solo per chi figli ha, ma per tutti coloro che vengono toccati dal loro sorriso.

E oggi, mentre mia figlia lascia una delle mie mani per provare a camminare con più autonomia, io devo togliere qualche sasso dalla mia scarpa, e affidare alla carta alcune riflessioni.

 

Mia figlia è viva, mia figlia sta crescendo. Mia figlia è nipote. Nipote di nonni che per salute e per lavoro non potrebbero occuparsi di lei, non adesso. Mia figlia è viva, mia figlia sta crescendo. E il mondo insieme a lei, vive, cresce, e mi dice che non possiamo fermarci, che è l’ora di ripartire. E forse è giusto, ha ragione lui, ma io come faccio con mia figlia? Quattordici mesi e mezzo di sorrisi, sillabe, passi tremolanti. A chi la lascio, io, mia figlia se il mondo deve ripartire?

Il nostro Paese si è sempre dimenticato dei bambini. Abbiamo fatto una guerra per le cartolerie aperte per reperire cancelleria e colori. I nostri arcobaleni sono là, fuori dalle finestre. Vero?

No, il mio arcobaleno è di là, nella camera, nel nostro lettone. Sta ancora dormendo. Il mio arcobaleno respira, non tiene conto della pioggia o del sole. Il mio arcobaleno è vivo, il mio arcobaleno è mia figlia. È lei la mia speranza, ma se non potrò prendermi cura di lei come farò a farla crescere? È la vecchia scelta che si ripropone: o fai un figlio o lavori. Con una pandemia fuori, poi, la scelta diventa più estrema, più crudele.

E allora mi chiedo quante donne avrebbero fatto un figlio se avessero saputo di questa pandemia e delle scelte che adesso siamo costrette ad affrontare:

 

Smetterò di mangiare o lascerò mia figlia da sola, domani?

 

Perderò la casa in cui vivo o porterò mia figlia dai nonni, anziani, malati?

 

In fondo in qualche modo ci sarà da fare. Ognuno cerca la sua salvezza, la sua soluzione. E risposta a queste domande spesso non c’è, perché chi dovrebbe rispondere si è dimenticato dei bambini. Qualcuno in alto, più in alto di noi, ha dimenticato che i bambini non sono statue, non sono pacchi, non sono automobili.

 

Io, invece, una cosa la ricorderò sempre bene: l’Italia non è un Paese per figli. E per chi figli ha.

Serena Barsottelli

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Commenti: 1
  • #1

    Simona (lunedì, 27 aprile 2020 14:19)

    Sono d'accordo, si lamentano che i giovani non fanno figli e poi non esistono aiuti concreti. Stop alle attività scolastiche per 5 mesi e in cambio mi danno 15 gg di congedo straordinario...lo chiamano straordinario senza vergognarsi! Noi so proprio che mondo avranno questi bambini, quello che vedo oggi non mi piace!

 

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