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Pensieri sparsi in quarantena

Lascio le tende di sala sempre aperte, da quando è cominciata questa situazione. Un'abitudine che prima non avevo, mi sarei sentita esposta in vetrina, osservata nei movimenti, defraudata della mia intimità domestica. Ma adesso no, adesso avverto il bisogno istintivo di guardare fuori, di sbirciare al di là del vetro, di cercare un contatto - per quanto soltanto visivo - con le persone fuori, mai come adesso così vicine eppure terribilmente lontane. Mi rincuora vedere che anche negli appartamenti del condominio di fronte gli avvolgibili siano alzati e le finestre spalancate, mi piace pensare di avere in comune con i miei vicini di casa la stessa esigenza di condivisione e vicinanza simbolica. Io rappresento per loro ciò che loro sono per me: una compagnia.

Questa condizione forzata di distanziamento sociale ci ha reso tutti quanti un po' spioni della vite altrui e tutti quanti un po' orfani di quelle stesse vite, vite alle quali, prima, nemmeno facevamo caso, ognuno nascosto dietro il proprio avvolgibile abbassato. Adesso invece ci manchiamo a vicenda, pur essendo sconosciuti della porta accanto.

Ieri ho visto passare il signore dell'orchidea, stava spingendo una bici malconcia verso la strada, destinata alla sorte crudele di rifiuto ingombrante. L'ho salutato con la mano, avrei voluto uscire e chiedergli se avesse cominciato a leggere il libro che gli ho regalato, ma lui ha proseguito dritto, a testa china. Ho pensato che non avesse voglia di avviare una conversazione e l'ho lasciato andare, rallentato da un incedere instabile e scortato nei suoi passi da uno stridore metallico abbastanza inquietante.
Quando ripenso al suo gesto, avverto ogni volta un moto di commozione che non riesco a trattenere; sarà che questi tempi ci inducono a una sensibilità esasperata, mi dico. Chissà se è davvero la pandemia a rendermi così o se è, piuttosto, l'età adulta che avanza, con il suo carico di nostalgia e fragilità di cristallo.
Quel signore di mezza età vestito con abiti semplici e troppo pesanti per la temperatura mite di questi giorni si è preso cura dell'orchidea sofferente che avevo sul balcone e, pochi giorni fa, me l'ha restituita in salute, ricca di boccioli e foglie di un verde brillante come quello di un tempo. L'ha fatto in maniera spontanea e disinteressata, congedandosi in fretta senza nemmeno aspettare un mio grazie, sorridendo in maniera quasi impercettibile dietro la protezione della mascherina chirurgica. L'ho capito dall'increspatura dei suoi occhi che stava sorridendo: anche questo ci è stato tolto, il sorriso della gente.

C'è un'altra signora che esce tutti i pomeriggi a prendere una boccata d'aria. È molto anziana, forse più di novant'anni. Ogni giorno indossa tuta e scarpe da ginnastica, fa qualche giro intorno al condominio e poi rientra in casa tenendo le mani conserte dietro la schiena. Il resto della giornata lo passa a curare i fiori e le piante che ha sul balcone e stendere e raccogliere panni, mentre suo marito la guarda e ogni tanto scuote la testa, non so se più esasperato dalla moglie o dalla condizione di clausura. Mi piacerebbe conoscere la trama della loro storia d'amore, quando si sono conosciuti, dove hanno fatto l'amore la prima volta, se si sono mai pentiti di aver trascorso insieme l'unica esistenza che avranno mai a disposizione.
Chissà quali aneddoti mi racconterebbero, se davvero li interrogassi con queste domande.
Diceva la mia cara nonna materna: non si può sapere nulla della vita degli altri, se non quello che essi sono disposti a confessarci.

E quello che siamo disposti ad ascoltare, e a guardare, mi verrebbe da aggiungere.

Perché le persone che adesso osservo dalla finestra ci sono sempre state; solo che prima, nemmeno le vedevo.

 

La luce naturale che tanto mi manca sulla pelle invade le stanze, illuminando del tiepido chiarore primaverile queste pareti degli anni Ottanta che altrimenti si impregnerebbe di mucido.

I rumori che fanno da sottofondo ai miei pensieri si ripetono ogni giorno identici, come nella pellicola di un film proiettato in un cinema di seconda mano, visto e rivisto talmente tante volte da averne la nausea. Il tapis roulant dell'inquilino al piano di sopra, il furgoncino che viene ritirare i sacchetti della raccolta differenziata, i pettirossi che cinguettano sui rami degli oleandri e sembrano provenire da un pianeta lontano, e non da questo mondo immobile e contagioso, dove la primavera è arrivata senza portare con sé le promesse di una stagione migliore.

Ci sono alcuni suoni ricorrenti che più di altri mi ricorderanno il periodo di attesa e quiete apparente che stiamo vivendo.
Il rumore della circolare che passa in strada, ad esempio. Il motore che borbotta, rallenta, riprende fiato fermandosi allo stop, poi riparte nuovamente per immettersi nel viale, come un aereo sulla pista di decollo.
Dalla finestra della sala, a volte, la intravedo da lontano, una sagoma arancione priva di passeggeri. Allora penso al conducente: deve essere molto desolante trasportare solo se stesso.

Poi c'è il rumore del portone che sbatte timidamente quando qualcuno esce dal palazzo.
Prima non ci facevo nemmeno caso, mentre adesso mi ricorda il suono della campanella a scuola, quel libera tutti che ci faceva correre via felici, verso le braccia dei nostri genitori e la promessa di giochi all'aria aperta.

E poi il rintocco delle campane della chiesa qui vicino. Pochi giorni fa ho letto un commento di un americano innamorato del nostro Paese che scriveva "non saprei immaginarmi l'Italia senza le campane che suonano".
E infatti le campane continuano immutabili a richiamare alla preghiera, anche se i nugoli di fedeli che accorrono al richiamo sono scomparsi, e il sagrato della chiesa rimane deserto e silenzioso.

 

A volte mi siedo sul pavimento e mi diverto a colorare con i pennarelli lavabili che ho comprato per Greta e che lei, al momento, si limita a usare come lecca lecca.
La mia vicina di casa, una donna separata con due figli maschi entrambi in età critica, mi ha lasciato sotto la porta due mandala; non sapevo cosa fossero, me ne ha parlato lei per la prima volta l'altro giorno sporgedosi dal terrazzo. "Colorare é un'ottima terapia di rilassamento, dovresti provare i mandala". E la mattina dopo ne ho trovate due stampe sullo zerbino, ripiegati in una busta del supermercato che ho accuratamente disinfettato prima di riporre in mezzo al ciarpame che non trovo mai il tempo di mettere in ordine.

Mi è sembrato un gesto molto carino, anche se credo che l'abbia fatto più per se stessa che non per me. A volte diamo attenzione alle persone perché cerchiamo noi stessi la loro attenzione; e allora la genuinità dei nostri gesti si confonde con il bisogno di considerazione e il desiderio di sentirsi un po' meno soli.

Già, la solitudine. In molti ne stanno soffrendo, in questo periodo.

Nel quartiere c'è un complesso residenziale piuttosto fatiscente, quelle che un tempo venivano volgarmente chiamate case popolari. Non conosco nessuno di quelli che vi abitano, quindi posso soltanto basarmi sulle sensazioni che lo sguardo rivolto verso quelle case mi suscita: abbandono soprattutto, dagli altri e a se stessi.

Nella piazzola cementata all'ingresso del condominio si riuniva quotidianamente una combriccola di persone che, al solo guardarle al di là della strada, mi veniva in mente la scena di un film di Ozpetek, un condensato ben assortito di umanità spesso dimenticata e relegata dietro le quinte. Qualche anziano, un paio di signore col grembiule indosso e la ricrescita ai capelli, un ragazzo in carrozzina e una giovane donna che anche in inverno inoltrato se ne andava in giro con le cosce all'aria e le infradito ai piedi.

Ieri io e Greta ci siamo concesse la prima passeggiata fuori dal nostro parcheggio di casa, siamo passate davanti alla piazzola di quel palazzo e la combriccola era lì: cinque, sei personaggi in cerca d'autore seduti in cerchio, le mascherine sul viso, forse non proprio a un metro di distanza l'uno dall'altro ma comunque distanti più del consueto.

Un assembramento di pericolosi anarchici insurrezionalisti ? Può darsi. Io so solo che, vederli, mi ha fatto tanta tenerezza.
Ho pensato che queste persone - che non hanno un giardino dove prendere il sole e dove fare il barbecue della domenica e dubito che in casa abbiano il Bimby, lo smartphone, il tapis roulant e l'abbonamento a Netflix - hanno semplicemente cercato un modo per allentare le maglie altrimenti opprimenti delle loro gabbie fisiche e mentali e per dare un significato a una giornata che, senza quell'assembramento clandestino, sarebbe scivolata via priva di senso.

Questo per dire che per certe persone la socialità è una ragione di vita, nel senso letterale delle parole. Se non possono riunirsi, incontrarsi, condividere... allora, forse, meglio morire.

 

Ho messo una playlist di Cremonini, è appena iniziata Padre Madre.
Il babbo mi chiama ogni giorno verso le cinque del pomeriggio, probabilmente aspetta quell'ora perché crede che abbia qualcosa di interessante da raccontargli avvenuto nelle ore precedenti. Ogni giorno, invece, gli dico più o meno le stesse cose. "La Greta balla, la Greta mangia, la Greta impazzisce alla vista dei cani he vede passare dalla finestra". E lui ogni giorno conclude la chiamata con le stesse laconiche parole: "non mi riconoscerà neanche, dopo due mesi che non mi vede".
Due mesi sono tanti, in effetti, e forse, da una certa età in là, pesano ancora di più. "Ma certo che ti riconoscerà", lo rassicuro. Ma la malinconia è una roccia dura da scalfire, soprattutto se a impugnare lo scalpello sono mani insicure, come lo sono le mie in questo momento di incertezza.

Mi capita di pensare a come sarebbe stata questa situazione se ci fosse stata ancora mia madre.
Sicuramente avrebbe trascorso tanto, tanto tempo a guardare i programmi della D'Urso e io avrei trascorso tanto, tanto tempo a confutare le sue convinzioni, brontolandola come si brontola un bambino che invece di fare i compiti accende la Playstation.
E poi so già cosa mi avrebbe detto. "Io ho passato tutta la vita a fare quello che tu stai facendo adesso, a fare la mamma, a occuparmi della mia famiglia. Cosa dovresti volere più di questo?".
Greta mi strappa il pennarello dalle dita, mi afferra le mani con forza, strofina il naso contro il mio viso. La mia pelle si bagna della sua saliva, con quel respiro che sa sempre di buono. Mi sembra che tutta l'aria del mondo sia condensata in quel respiro.
Dicono che i genitori non muoiano mai definitivamente, che risorgano nei gesti e nei sentimenti dei figli, come matite invisibili che ne influenzano le scelte e ne tracciano il destino.
Ma allora, mi chiedo, tutte le lotte e le ricriminazioni del passato, a cosa sono servite? I "non voglio diventare come te", che fine hanno fatto? Dove vanno a finire i sogni e le ambizioni di gioventù, una volta che i giovani se ne sono andati?

A volte, se potessi esprimere un desiderio, chiederei di trovarmi di fronte una persona che sente le stesse identiche cose che sento io; e chiederle: come hai risolto l'enigma? Come hai sbrogliato la matassa? Come hai trovato le risposte?

 

Nel condominio di fronte è appeso un fiocco rosa al portone: è nata una bambina, l'hanno chiamata Bianca e in meno di due ore ha preteso di venire al mondo, con tre settimane di anticipo rispetto alle previsioni.
Ma che fretta avevi, Bianca? È un mondo strano quello di cui ora fai parte. Un mondo che ti accoglie ma ti tiene alla larga dalla sue bellezze, il sole, l'aria, il cielo, il mare, la sabbia tra le dita.
E le margherite. Che ricoprono il prato di un manto bianco e soffice, in attesa di essere colte, regalate alla mamma e messe in un bicchiere d'acqua sul tavolo della cucina, magari assieme ad altri fiori di campo.

Greta ha imparato a soffiare sui loro petali, un afflato debole e insicuro al quale unisco anche il mio. E quando i petali volano via dal palmo della mia mano, lei crede di aver compiuto una specie di magia: glielo leggo negli occhi, in quella scintilla di emozione e incredulità che attraversa lo sguardo dei bambini come una stella cadente nel cielo stellato.

Dovrei, forse, esprimere un desiderio?

 

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Commenti: 1
  • #1

    Sandra (mercoledì, 13 maggio 2020 16:56)

    Buongiorno, sono un’educatrice della prima infanzia, e in merito a questo periodo di emergenza sanitaria abbiamo dato vita ad un progetto come sostegno a tutte le neo-mamme che in questo momento sentono il bisogno di un confronto e di un dialogo che possa dare risposta ai loro dubbi e incertezze. Perciò mando questo annuncio del progetto “ collegamenti per rinascere” per farne parte GRATUITAMENTE .
    Questo è il link!
    https://insieme.sipuo.eu/
    Grazie mille

 

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