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Cosa sta succedendo

Avete presente quelle mattine in cui oltre la finestra c'è pieno di nebbia? Quelle mattine in cui l'umidità sembra entrare anche in casa, e da lì dentro le vostre ossa? Quelle mattine in cui non riuscite a vedere neppure il cancello di casa: ci saranno strade, là fuori, ma non sapete che percorso disegnino, né dove potrebbero portarvi.

Quelle mattine di nebbia vorreste rigirarvi dall'altra parte del letto. Vi sentite stanche, siete stanche. Non importa se la bambina vi ha fatto dormire o no: siete sempre stanche. E non è tutto bianco o tutto nero, non è neppure a colori. Tutto è grigio, avvolto nella nebbia. Voi non sapete neppure più chi siete. Nella nebbia vedete solo vostra figlia e trovate la forza di compiere solo quello che è necessario per lei.

La nebbia è la depressione.

 

Nella mia vita ho avuto tanti malesseri psicologici. L'anoressia è stata sicuramente la malattia che mi ha segnata di più. Fino a poco tempo fa.

Non avevo mai conosciuto la depressione sulla mia pelle. Poi si è fatta un po' di spazio, piano piano, silenziosa. Ogni giorno ha risucchiato un po' più di energia, fino a lasciarmi esausta, anche al risveglio. Eppure di cose belle ce ne sono. Ce ne sono, ce ne erano, ma io non le vedevo. Non le vedevo non perché non volessi, ma perché tutto intorno a me era avvolto nella nebbia. Forse la nebbia ero io.

 

Dunque perché questo silenzio, durato settimane intere? Perché non è facile parlare di qualcosa mentre la si sta affrontando. La scrittura aiuta, sì, ma condividere quello che si ha dentro non è sempre così indolore. Fare outing, uscire allo scoperto e annunciare a parenti, amici e perfetti sconosciuti: Sono depressa.

Quando è nato il blog, mi ero ripromessa di essere sincera. Di condividere quel poco che avevo imparato e tutto quello che avrei vissuto. E allora eccomi a far fede alla mia promessa, dopo essermi concessa un po' di tempo per respirare e per fare i conti con una nuova me stessa.

Non serve fare finta che non esista, dobbiamo affrontare i nostri fantasmi. Oggi mi è più facile condividere queste righe perché sto facendo un percorso, un lavoro su me stessa, per rendere la mia vita migliore, il dolore più sopportabile. Per trovare punti chiari, fermi, nella nebbia. Anche punti scuri, paurosi, ma non nebulosi.

 

Per stare meglio sono partita da me. Da tutto quello che mi faceva sentire smarrita.

Ho sofferto la necessità continua di trovare nuove definizioni. Facciamo tanti cambiamenti nel corso della nostra vita e molti si accumulano nel periodo compreso tra la scoperta della gravidanza e il primo anno di vita dei nostri bambini.

Così eccomi mamma, eccomi moglie. Eccomi donna, ma non troppo, una donna ancora un po' ragazzina, perché non voglio perdere un po' di quell'innocenza e di quell'infantilità.

Mancava Serena. Mancava quella persona appassionata di scrittura. Quella che sognava di scrivere, di scrivere anche per lavoro.

Un giorno ho osato, ho sfidato le mie paure e la mia nebbia. Ho tirato fuori un vecchio dattiloscritto ancora in fase di lavorazione, uno che mi faceva soffrire. E l'ho inviato a una casa editrice per un progetto.

Ho finto di dimenticare quel momento di coraggio. Ho continuato a raccogliere le forze, ho provato a essere una persona "migliore" per me, mia figlia e la nostra famiglia.

Ho iniziato ad accettare che Chiara si staccherà: perché è la natura. Non sarà un rifiuto, sarà solo il suo lento progredire. E io? Non mi rifiuterà, non mi abbandonerà. Prima o poi il rapporto si evolverà e io dovrò essere forte per accettarlo e per stare accanto alla mia "nuova" bambina.

Nel frattempo è arrivata la risposta: sì. Così si torna a scrivere, a lavorare a un progetto più ampio del previsto. Nei ritagli del tempo, grattando il sonno, ma grattando soprattutto la depressione.

La scrittura mi ha dato ancora una volta la forza di reagire.

 

 

Oggi come va?

Mentirei nel dire che la nebbia è scomparsa.

La nebbia c'è, ogni tanto più fitta, ogni tanto più leggera.

E allora? E allora mi metto un impermeabile che mi ripari dall'umidità ed esco oltre il cancello. Non vedo bene i cartelli con le destinazioni, ma riesco a scorgere qualche tetto, qualche albero. Immagino che dove la nebbia sia più fitta ci sia un bel prato, magari sotto è pieno di fiori.


Tornerò a scrivervi, a raccontarvi e raccontarmi.

Ogni tanto tornerò anche a chiudermi nel mio bozzolo, e vi prego di non giudicare il bisogno che ogni tanto si affaccia di silenzio, di riparo.

 

Spero che stiate bene, che dalle vostre parti, nonostante qualche nuvola, il cielo sia sereno. E se non è sereno, ricordate che dietro la nebbia e dietro le nubi risplende sempre il sole.

 

Serena B.

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Commenti: 2
  • #1

    Angela (martedì, 21 gennaio 2020 13:47)

    Perdona se se uso questo commento per dare sfogo a un pensiero meditato a lungo. Forse aspettavo solo un input per lasciarlo andare, e mi fa piacere pensare che proprio la lettura di queste pagine lo abbia lasciato uscire... Io credo che continuamente noi facciamo i conti con infinite piccole noi stesse non sempre d’accordo tra loro. Ognuna di esse è uno dei nostri ruoli, la donna, la madre, la compagna, l’amante, la bambina che eravamo e che in fondo siamo ancora. Ma un ruolo è anche il nostro lavoro, un ruolo sarà sempre il nostro essere anche figlie... a volte sono troppe persone. Troppe persone in una che troppo spesso è sola. Nelle famiglie di un tempo tutte le donne si stringevano intorno ad una nuova mamma, era la tribù delle donne che ne sosteneva una. Ora non è più così. Non può più esserlo perché il tipo di vita è diverso e non esiste più quel tipo di famiglia. Ora diventiamo madri e ci troviamo spesso sole. Anche quando abbiamo bisogno di condividere, di specchiarci in altre che ci somigliano, di sentirci accolte. La me stessa madre dolente si nutre di questo senso di solitudine. Per fortuna mi guida l’istinto, e anche la corrispondenza amorosa verso le donne della mia tribù, anche se non sono più di questo mondo. Eppure sono convinta che le donne dovrebbero ricominciare a starsi vicine nelle cose importanti, ritrovarsi complici, accogliersi senza giudizio, nelle reciproche differenze. Non perché parte della stessa famiglia ma dell’unica famiglia umana. Forse a quel punto saremmo faro una dell’altra e magari questo ci aiuterebbe a diradare la nebbia.

  • #2

    Simonetta (martedì, 21 gennaio 2020 22:46)

    Ancora una volta riesci a stupirmi. Non mollare mai mia piccola combattente.

 

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